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23.12.2009
Un anno Extra ordinario

E' in edicola il numero 11 di Extra, che chiude il 2009 riassumendo gli eventi principali dell’anno a Torino e dintorni. E poi i Nobel Josè Saramago e Rita Levi Montalcini, i giovani magistrati, il dramma dell'usura, il teatro sociale, l'asta mondiale del tartufo, i Cento di Torino 2010, Giuliano Palma e i suoi Bluebeaters e l’immancabile intervista: questa volta tocca a Gad Lerner.

Il suo spazio sul web si chiama Il blog del bastardo, la sua trasmissione più famosa è L'infedele. Gad Lerner sa di essere un personaggio che suscita pruriti, e i suoi trascorsi turbolenti sono lì a ricordarcelo. Però piace e, come scrive sul suo sito, è anche capace di strappare ascolti all'anticipo del Porta a Porta nazionale. Gad Lerner si racconta su Extra numero 11, e qui ve ne diamo un assaggio. Se volete conoscere il resto, come sempre, appuntamento in edicola.

La versione di Gad
Le radici e il futuro, Minzolini e Gramellini, l’ebraismo e l’azionismo, La Stampa e il TG1, Berlusconi e la Barbera: raggiunti i cinquantacinque anni – il mezzo del cammin, secondo la nuova aspettativa di vita –l’infedele Lerner fa il punto. Con un libro, “Scintille”, e con un’intervista. Questa.

di Marco Bobbio
fotografie di Stefano Serra


L’identità culturale e familiare di Gad Lerner è come un mosaico, fatto di tante tessere che vanno raccolte con pazienza, lette con attenzione, messe in fila secondo un disegno preciso e quindi dotate di senso. Nato a Beirut, immigrato in Italia all’età di tre anni, apolide fino al 1987, Gad questo percorso di decifrazione, quasi di autoanalisi, ha provato a farlo un po’ per se stesso, un po’ per i figli, un po’ nella convinzione che la storia della sua famiglia possa anche interessare un pubblico: «Penso che le identità si costituiscono nel presente e nel futuro, non scavando nel passato. E però, arrivato a 55 anni, ho sentito il bisogno di fare pubblicamente i conti con la mia famiglia: da un lato perché credo che certe incomprensioni e certi rimossi affliggano molte più persone di quanto non si immagini; dall’altro perché le vicende dei miei genitori e dei miei nonni intersecano inconsapevolmente la grande storia del Novecento, come la Shoah e la nascita dello stato di Israele». Il frutto di questo lungo lavoro fatto di viaggi in Libano, in Ucraina, in Israele, in Polonia sulle tracce degli antenati, e poi ancora di quaderni di appunti messi da parte su uno scaffale e in seguito ripresi in mano è un libro, pubblicato da Feltrinelli, dal titolo Scintille. Una storia di anime vagabonde.

Nel libro si parla di molti luoghi importanti nella sua vita, ma non dell’Italia. Perché?
È stata un scelta precisa: anche se qui ho passato gran parte della mia vita, mi sento sempre un po’ straniero. Alle elementari la maestra e i miei compagni di classe si erano appassionati nel 1961 al centesimo anniversario dell’Unità di Italia, e io con loro: Mazzini, Garibaldi, Cavour erano diventati anche i miei eroi. E però ci hanno messo ventisette anni per darmi la cittadinanza. Per sentirmi italiano devo pensare che questo Paese faccia parte di una realtà più grande, come l’Unione Europea, e voglio sentirmi cittadino di tutte e due le sponde del Mediterraneo.

E i suoi rapporti con Torino?
È una città a cui sono legatissimo. Scherzando, mia moglie e i miei figli dicono che ci ho trovato anche un padre in Cesare Segre: è una persona con cui ho una confidenza profondissima anche se abbiamo vent’anni di differenza. Torino è anche la città in cui ho conosciuto Umberta, la mia seconda moglie e il mio grande amore, e in cui ho costruito la mia famiglia. È poi il posto in cui ho approfondito i miei rapporti con l’ebraismo. I primi contatti che ho avuto con Torino risalgono ai tempi di Lotta Continua ed è in quegli anni che ho conosciuto tanti amici cui sono legato ancora oggi; all’epoca, per me Torino rappresentava la città dell’azionismo, laica e antifascista, dei legami veri e profondi tra la borghesia colta e il popolo, la classe operaia. E quando nel 1993 ci sono venuto a vivere, dopo che Ezio Mauro mi ha chiamato a “La Stampa” come vicedirettore, era già un luogo familiare: ho vissuto anche a Roma, ma là non ho mai pensato di avere un rapporto profondo con la città.

Che ruolo ha avuto “La Stampa” nella sua carriera?
È stata una palestra professionale fantastica. Lavoravo nella stanza di Carlo Casalegno, scrivevo pochissimo perché non volevo usare quell’incarico come promozione personale, ma quel giornale è stata una fucina di talenti impressionante: i giovani erano Pino Corrias, Curzio Maltese, Massimo Gramellini, coordinati da Gabriele Romagnoli...

Con Gramellini non c’è stata anche una polemica sul valore del Sessantotto?
Ho grande stima di Massimo ma mi pare che il suo bisogno più che comprensibile di ribellarsi alle prediche di noi più vecchi l’abbia portato a un certo disimpegno: la bella scrittura e l’istinto a sposare il gusto popolare lo giustificano nel non contrastare gli umori del pubblico. Tutto questo nasce, credo, da un fastidio per l’impegno della generazione precedente.

In quegli anni a «La Stampa» lavorava anche Augusto Minzolini, discusso direttore del Tg1...
Era un cronista curioso, un segugio della notizia, non guardava in faccia nessuno. Mi ricordo quando lo accompagnavo da Jack Emerson a comprare dei vestiti per apparire meno impresentabile in Transatlantico per i suoi “agguati” ai notabili politici. Evidentemente ora si è lasciato sedurre dal più abile dei comunicatori politici: gli avranno dato prima un osso, poi un croccantino, poi una bistecca fino a farlo diventare il portavoce istituzionale del governo e a perdere il gusto della notizia. [...]

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