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25.05.2012
La città del futuro è smart

Carlo Ratti, ingegnere torinese che insegna all'MIT, ci racconta la Torino smart

Dal 23 maggio al 5 giugno(giornata dell'ambiente, non a caso), Torino sarà la città più smart che si possa pensare, con un calendario di iniziative su ambiente e innovazione per rendere la città migliore.

Il programma, chiamato "Le città visibili" in omaggio a Calvino, è densissimo di eventi di ogni tipo: convegni, fiere, arte, workshop, musica e spettacoli (per cosultarlo: http://www.lecittavisibili.eu). Tra i primi appuntamenti, il 25 maggio alle ore 18, Carlo Ratti terrà una lezione alle Officine Grandi Riparazioni. Abbiamo pensato quindi di riproporvi l'intervista che Paolo Piacenza gli ha fatto per il numero di Extra Torino in edicola.

Prima, qualche anno fa, il concetto di Smart City era appannaggio di pochi. Poi, da quando dall'Europa sono cominciati a prospettarsi dei finanziamenti, essere una smart city è diventato anche appetibile per le esangui casse comunali dei nostri centri medi e grandi. E così è partita una corsa che è un po' un'invenzione del futuro ma che – come ha scritto di recente Luca De Biase sul suo blog – non dovrebbe mai perdere di vista i criteri del lungo termine e della partecipazione dei cittadini, per essere davvero smart.
Insomma, dire Smart City è facile. Farlo è tutt'altra cosa. Ma se si chiede a Carlo Ratti – torinese classe 1971, studi di ingegneria, architettura e informatica, fondatore e direttore del SENSEable City Lab presso il MIT di Boston, uno dei massimi guru mondiali della materia – cosa ne è, oggi, dell'idea di Smart City, lui resta ottimista.
«Nelle nostre città sta succedendo quello che è successo nella Formula1 negli ultimi vent'anni. Prima per vincere serviva essenzialmente una buona macchina e un buon pilota. Ora serve un sistema di telemetria che raccolga informazioni dall'auto, le trasmetta ai pit e le usi per prendere decisioni in tempo reale. In pratica è quello che sta accadendo a livello della città in tutto il pianeta grazie alle reti e all'elettronica».
I fenomeni in atto sono profondi, prosegue Ratti: «Nei prossimi decenni cambieremo radicalmente il nostro modo di vivere, di abitare, di spostarci, di incontrarci». Per capire basta pensare ai frigoriferi intelligenti o alle auto elettriche guidate dal satellite. Si può dare un'occhiata a cosa si sono inventati Ratti e il suo gruppo di circa trenta ricercatori (sociologia e robotica, urbanistica e reti digitali) del SENSEable City Lab, dalla bicicletta a recupero energetico intelligente che parla con lo smartphone presentata a Copenhagen nel 2010 fino alle spettacolari rappresentanzioni dei flussi informativi possibili grazie alla lettura delle reti in tempo reale.

Che il modello di finanziamento sia quello europeo o i progetti intrapresi da Singapore a Dubai, dall'America Latina all'Asia, la direzione resta la stessa. Si giudicherà dai risultati. E in Italia? «La situazione è un po' a macchia di leopardo – dice Ratti –. Ci sono grandi eccellenze, c'è chi si sta muovendo in fretta e bene, e c'è chi sta a guardare. Io credo tuttavia che le nostre città abbiano molto da dire: perché i nostri centri storici hanno fatto fatica ad adattarsi alla rivoluzione industriale ma si possono adattare molto bene alle nuove tecnologie smart, che sono leggere, fatte di reti, sensori, elettronica».
Tra le Smart City italiane piazzate (un po' in basso) nel ranking europeo (per le medie città) misurato sui sei assi propri della città intelligente (ambiente, economia, governance, mobilità, fattore umano, qualità della vita) ci sono Trento e Trieste, Perugia e Ancona. «Torino si sta muovendo bene, per quel che so – dice Ratti –. E a Milano l'Expo potrebbe essere davvero il luogo in cui sperimentare soluzioni che si potranno riverberare sulle nostre città».

A Torino Ratti ha vissuto e ha una base: il suo studio di architettura con Walter Nicolini, che ha qui e a Boston le sue sedi. «Torino è una città che ha vissuto dei grandissimi cambiamenti negli ultimi dieci anni, è cresciuta molto, le Olimpiadi hanno avuto un effetto positivo». Ma ci sono altri aspetti in cui non è riuscita a dare il meglio di sé: «La grande occasione persa è stata il mancato recupero delle fabbriche. Torino era partita bene con il Lingotto, poi sperò sulle Spine gran parte questo patrimonio di edilizia industriale è stato sperperato. Partire da quello che resta può essere un mezzo per raccogliere nuove energie e far crescere nuovi gruppi. Penso all'esempio di The Hub a Londra, che ora si sta espandendo in tutto il mondo, anche in Italia».
Ratti racconta che a Boston si stanno costruendo loft dal nuovo, perché l'architettura industriale è modulare, adattabile alla logica della start up e della evoluzione rapida: «Se sostituiamo questi spazi con alloggi due camere, tinello e bagno, perdiamo un'occasione».

Per le città non esiste una taglia ideale, dice Ratti. Anche perché, inevitabilmente, le megalopoli cresceranno ancora: basti pensare che nel 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà in città: «Ma l'aspetto interessante delle tecnologie smart è che possono essere applicate e adattate tanto a New York quanto a una piccolo centro italiano carica di storia e di arte».
Il modello di decisione è invece molto importante: «Le nostre città – prosegue Ratti – stanno diventando un po' dei computer all'aria aperta. È cruciale capire chi li programmerà. Ci sono due tendenze: un filone top-down, dall'alto, in cui chi governa legge in tempo reale una grande quantità di informazioni e si pone l'obiettivo di ottimizzare i flussi e di migliorare la vita dei cittadini. Si muovono così anche molti gruppi multinazionali, da Ibm a Cisco a Siemens». Ma c'è anche un approccio più orizzontale e meno ombreggiato dal fantasma di un Grande Fratello onnisciente: «È il modello bottom-up, open source, in cui l'ottimizzazione avviene dal basso e le nuove tecnologie vengono portate all'efficienza un po' da tutti. Un esempio eclatante è quello che abbiamo visto nella Primavera araba, durante la quale i social network, come Foursquare, hanno aiutato la popolazione a produrre un cambiamento in modo collaborativo, in questo caso politico».

I due sistemi, due veri e propri paradigmi, si possono integrare. Ma deve prevalere quello dal basso, dice Ratti: «Noi pensiamo che sia preferibile un sistema il più aperto possibile, che coinvolga ampiamente i cittadini. In qualche caso sarà necessario intervenire con algoritmi dall'alto, ma tutto deve essere trasparente, controllabile».
Uno sviluppo orizzontale che non cancella i centri, o addirittura le città, come qualche anno fa previdero diversi studiosi, immaginando che la struttura a rete, una sorta di griglia equipotenziale, le avrebbe sostituite: «Non è successo nulla di tutto questo, anzi è successo l'opposto. È vero che la rete ci permetterebbe di restare dove siamo, senza spostarci, ma siamo noi che abbiamo bisogno di incontrarci, di stringerci la mano, di stare vicini anche fisicamente». È vero però che i centri possono cambiare: «Perché siamo tutti molto più mobili e possiamo decidere dove andare. E la qualità della vita diventa un criterio che attira e indirizza gli spostamenti. E trasforma le città».

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